articolo di Ar. Gu. pubblicato su Micropolis, aprile 2021

E così ora ce l’abbiamo anche noi, dopo Francia, Spagna e Svizzera, il Ministero della Transizione Ecologica. Il Decreto Legge n.22 del 1 marzo 2021, con Draghi neo presidente del consiglio, riordina i ministeri e lo istituisce. L’acronimo scelto, MiTE, già sembra infelice pensando alle aspettative perché in Italia, se si vuole garantire un minimo di rispetto ambientale è necessario essere aggressivi sia come disposizioni di legge che come controlli, non c’è più tempo per le esitazioni. Inoltre, assegnare un tempo stabilito alla transizione potrebbe esorcizzare quel brutto vizio, tutto italiano, che rende eterno il provvisorio.

Aver portato la materia dell’energia nel ministero depone bene come l’aver istituito il Cite (Comitato Interministeriale Transizione Ecologica) che approva, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del decreto, il Piano per la transizione ecologica, al fine di coordinare le politiche in materia di: a) riduzione delle emissioni di gas climalteranti; b) mobilità sostenibile; c) contrasto al dissesto idrogeologico e al consumo del suolo; d) risorse idriche e relative infrastrutture; e) qualità dell’aria; f ) economia circolare.

Le buone intenzioni scritte nel decreto dovranno fare i conti con la realtà e allora vedremo come si potranno conciliare i sei punti scritti sulla carta con la quotidianità italiana. A grandi linee viene da dire “impossibile riuscirci”, prendiamo il caso Umbria da sempre noto come esempio di isolamento rispetto alla viabilità stradale. Eppure nessuno dei politici locali ha avuto l’illuminazione, o il peso, per approfittarne e dare un vero impulso alla viabilità ferroviaria, hanno saputo solo piangere per l’isolamento. Sono più propositivi i comitati, decisamente.

Viene di conseguenza pensare al punto a), come si possono ridurre le emissioni di gas climalteranti se siamo costretti a muoverci in auto? Perugia e Terni risultano ogni anno ai primi posti nella classifica delle città più motorizzate, il rapporto auto ogni 100 cittadini risulta intorno a 70, così contribuendo all’avvio di nuove procedure d’infrazione da parte della Commissione Europea (CE) sulla qualità dell’aria.

Saltiamo al punto f ) dell’economia circolare. Nel Recovery Plan umbro, che ambisce a contribuire a formare il Pnrr (Piano Naziona- le di Ripresa e Resilienza), vengono richiesti finanziamenti per tre impianti di produzione del Css (Combustibile Solido Secondario che, come si sa, è formato da una quantità diversificata di rifiuti indifferenziati) che poi servirà da combustibile per i cementifici, qui il punto f) va a farsi benedire. Infatti la CE ha stabilito come linea guida per i Pnrr il principio Dnsh: “do no significant harm“, ovvero “non arrecare un danno significativo”. Nelle linee guida il danno significativo viene definito nel modo seguente: “si considera che un’attività arreca un danno significativo all’e- conomia circolare, compresi la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti, se conduce a inefficienze significative nell’uso dei materiali o nell’uso di- retto o indiretto di risorse naturali, o se compor ta un aumento significativo della produzione, dell’incenerimento o dello smaltimento dei rifiuti oppure se lo smaltimento a lungo termine dei rifiuti potrebbe causare un danno significativo e a lungo termine all’ambiente” guarda caso sembra proprio la descrizione degli effetti del Css.

Insomma, sui grandi temi, ma sulla gestione dei rifiuti in particolare, le politiche regionali ci hanno sempre condannato a battaglie di retroguardia, che i politici chiamano ideologiche, mentre a ben guardare ideologici sembrano i sei punti del Piano per la Transizione Ecologica se non ci viene permesso di raggiungere gli obiettivi.

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