Umbria, cementifici vogliono bruciare 100mila tonnellate all’anno di combustibile secondario solido. Cittadini e Wwf scendono in piazza

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Articolo di Luisiana Gaita, pubblicato su Il Fatto quotidiano

Non si tratta però di un caso regionale, ma nazionale e parte dal decreto dell’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini, governo Monti, che dal 2013 permette di incenerire il Css nei cementifici. Un tema che divide: Legambiente, ad esempio, ritiene che a certe condizioni gli impianti possano rappresentare un’alternativa migliore rispetto a inceneritori e discariche

Le aziende del cemento Colacem e Barbetti chiedono alla Regione Umbria di bruciare fino a 100mila tonnellate all’anno di Css (Combustibile Secondario Solido composto da una frazione secca di rifiuti) nei loro impianti di Gubbio, con la promessa di una riduzione complessiva di 90mila tonnellate di CO2 all’anno attraverso la sostituzione parziale con altri combustibili, ma la comunità scende in piazza. E lo fa anche a Perugia, Spoleto e Terni. In prima fila diversi comitati locali della Conca Eugubina dove i due cementifici sono presenti da più di mezzo secolo. Sostenuti dal Wwf di Perugia, legano le richieste dei due player al piano dei rifiuti della Regione guidata da Donatella Tesei (Lega) che, accusano, “chiede 50 milioni del Recovery Fund per costruire tre impianti di produzione di Css da bruciare nei cementifici”.

Ma il caso Umbria rientra in una questione nazionale che parte dal decreto dell’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini, governo Monti, che dal 2013 permette di incenerire il Css nei cementifici. A gennaio 2021, sessanta tra comitati e associazioni di 14 regioni, Umbria compresa, hanno scritto all’ex ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, e a quello della Salute, Roberto Speranza, per chiederne l’abrogazione, sottolineando che in Italia “il tasso di sostituzione calorica con combustibili di recupero” è appena al 20,7%. Ed è un tema che divide. Legambiente, ad esempio, ritiene che a certe condizioni i cementifici possano rappresentare un’alternativa migliore rispetto a inceneritori e discariche

L’ITER PER L’AUTORIZZAZIONE – L’autorizzazione a bruciare Css per Colacem e Barbetti dovrebbe arrivare attraverso una modifica dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale). La Colacem chiede di integrare il Css ai combustibili già in uso, ossia coke da petrolio, carbone fossile, olio combustibile, gas metano. Barbetti vuole utilizzarlo in parziale sostituzione del coke di petrolio (e/o del carbone fossile). Centomila tonnellate sono tante, dato che nel 2019 il settore del cemento ha utilizzato oltre 421mila tonnellate di combustibili di recupero, di cui solo 6.900 di Css-combustibile. Cittadini e istituzioni hanno presentato le loro osservazioni. Asl Umbria e Comune di Gubbio chiedono una Valutazione di Impatto Ambientale. I cittadini, inoltre, sono preoccupati per le modifiche chieste dalla società Maio Tech relative all’estensione dell’attività di recupero dei rifiuti di un impianto situato sempre a Gubbio, nella popolosa località di Padule. La decisione in merito alle richieste di Maio Tech, Colacem e Barbetti dovrebbe arrivare entro maggio. Sul piede di guerra ci sono otto comitati.

LA BATTAGLIA – “La comunità si oppone per una serie di ragioni” spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocato del Wwf Valeria Passeri, secondo cui non si può precedere senza “valutare i fattori di rischio ambientale presenti da decenni nell’area”. Da più di 60 anni, i due cementifici operano con attività “insalubri di prima classe”, uno a circa un chilometro dal centro di Gubbio e l’altro a ridosso della frazione di Padule. Non sono mai stati sottoposti a valutazione di impatto sanitario (VIS) né a valutazioni di impatto ambientale (VIA) o di incidenza ambientale (VincA). “Significa decenni di emissioni inquinanti in una conca intermontana chiusa – aggiunge l’avvocato – soggetta al fenomeno dell’inversione termica e senza dati epidemiologici e indagini sanitarie approfondite”. L’anno scorso la Regione ha sospeso il registro tumori “perché troppo costoso” e non l’ha più riattivato. Impianti di analisi dell’aria sono gestiti dall’Arpa “che riceve ogni anno circa 100mila euro dalle due cementerie come contributi non vincolati”, commenta l’avvocato Passeri che a riguardo ha presentato un’istanza di accertamento. Secondo un report dell’European Environment Agency del 2011, però, i cementifici Barbetti e Colacem erano il primo e il secondo in Italia tra le 622 industrie europee che hanno creato maggior danno all’ambiente.

IL NODO DEL DECRETO CLINI – In questo contesto, vanno ad aggiungersi nuovi timori, proprio legati alla possibilità di bruciare il Css formato da plastica, vernici, pellicola, fanghi, pneumatici, rifiuti urbani non compostati, scarti di tessuti animali e altri materiali. Impedirlo era lo scopo di una mozione presentata a novembre 2020 a Palazzo Madama da vari senatori del M5S, mentre a gennaio 60 associazioni hanno scritto all’ex governo chiedendo l’abrogazione del decreto Clini. Sottolineando che “tra il 2017 e il 2019, il volume di Css bruciati nei forni è cresciuto del 32%, arrivando a oltre 282mila tonnellate” e che quel decreto risale a un momento storico in cui “la raccolta differenziata era al 42,28%”, mentre stando ai dati Ispra 2020 oggi siamo sopra il 60%.

Ma non tutti la pensano così. Già in passato, il presidente di Legambiente Stefano Ciafani ha dichiarato che bruciare Css nei cementifici “li obbliga a monitorare alcuni inquinanti (come le diossine) che la legge non impone di controllare” quando bruciano altri materiali “ad esempio il pet coke o il polverino di carbone, ben peggiori del Css”. Secondo Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente “se accompagnato a un programma che incentivi la differenziata, l’alternativa dei cementifici può essere valida per la parte residua di rifiuti che, altrimenti, finirebbe in inceneritori o discariche”. Per Minutolo questa soluzione da un lato ha evitato “il ricorso a nuovi inceneritori che avrebbe vincolato la gestione dei rifiuti per i prossimi decenni”, spingendo invece a mettere in campo azioni per incentivare la differenziata (che in questi anni, di fatto, è cresciuta). Inoltre, il cementificio nel quale si brucia pet coke è soggetto a limiti più alti per le emissioni (quindi meno restrittivi rispetto agli inceneritori), mentre “bruciando Css – aggiunge – per ottenere l’Aia i gestori degli impianti dovranno migliorare le tecnologie e prevedere filtri più potenti per eventuali materiali che necessitano di particolari abbattimenti”.

LE PREOCCUPAZIONI – Ma le perplessità restano in quel di Gubbio, dove si attendono valutazioni ritenute tardive e si nutrono sospetti sulle modifiche che verranno apportate. “Nel processo produttivo del clinker per il cemento, le temperature non restano costanti come nell’inceneritore – spiega l’avvocato Passeri – e un loro abbassamento in presenza di Css potrebbe produrre diossine. Non ho letto di nessuna modifica strutturale ai forni tale da eliminare il problema”. Senza questi interventi, però, “restano i limiti più permissivi dei cementifici rispetto a quelli degli inceneritori, con la differenza che questi ultimi sono costruiti proprio per bruciare rifiuti e che, in generale, i cementifici emettono molto di più”, sottolinea il legale del Wwf. Secondo i medici dell’Isde, Associazione medici per l’ambiente, i piani delle cementerie porteranno ad aumenti nelle emissioni di metalli pesanti, come arsenico, mercurio, cromo e nickel, di composti organoclorurati e di ossidi di azoto. Secondo l’avvocato Passeri, non avendo il Css la stessa capacità calorifica del pet coke, ne occorrono quantità maggiori “con un aumento di traffico per trasportarlo”. Da qui un altro problema. “Non sappiamo precisamente né la composizione chimico-fisica – aggiunge il legale – né tantomeno la provenienza dei Css da conferire”. E il clima non è dei migliori, dato che Gubbio è già stata al centro di inchieste su aziende nel settore dei rifiuti legate alla criminalità organizzata, mentre è recente l’arresto in flagranza di un funzionario regionale del Servizio sostenibilità ambientale, accusato di corruzione per aver intascato, stando alla Procura, mazzette per 32mila euro da imprenditori del settore delle cave.