Ebbene sì, sono un NIMBY. Sessanta città difendono la grande bellezza dell’Italia

articolo di Raniero Regni pubblicato su Centralmente, luglio 2021

articolo di Raniero Regni sulla rivista on line Centralmente

 

Chi l’avrebbe mai detto che alla mia età mi sarei sentito dare del facinoroso, dell’agitatore di popolo e infine del NIMBY (Not In My Back Yard). Le prime due critiche le respingo ma la terza l’accolgo non come un’offesa ma come un vanto. Sì, non voglio più inquinamento, non voglio più essere esposto involontario, non voglio correre rischi ambientali superflui nel giardino della mia città. Noi abbiamo già dato, e dico noi eugubini che da settanta anni abbiamo nel raggio di pochi chilometri due industrie insalubri di prima classe, ovvero due cementifici. Questo addirittura costituisce un record nazionale, perché siamo la sola città che ne ha due sui più di trenta impianti diffusi in tutta Italia.

Ma ci sono altre centinaia, forse migliaia di situazioni diverse eppure simili, in cui delle comunità di cittadini sono costrette a difendersi da attività industriali nocive per la salute. Sono NIMBY le mamme di Venafro, un comune del Molise che lottano da anni contro l’inquinamento dopo aver scoperto la presenza di sostanze pericolose nel sangue dei loro bambini. Sono NIMBY le mamme no Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) di Vicenza che hanno ingaggiato una battaglia per scoprire le cause dell’inquinamento delle falde acquifere. Tutte chiedono un nuovo monitoraggio ambientale ed accurate indagini epidemiologiche per scoprire le cause di molti danni alla salute. Tante situazioni che mostrano gruppi di semplici cittadini che hanno a cuore i beni comuni fondamentali.

Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato a Piazza Montecitorio, in un torrido pomeriggio di fine giugno, a protestare in rappresentanza di 60 comitati di altrettante città italiane contro il Decreto semplificazioni che, assieme alle scelte del “cosiddetto” Ministero della Transizione Ecologica, rischia di nullificare la nostra battaglia durata un anno per ottenere la Valutazione di Impatto Ambientale per due cementifici e per un impianto di lavorazione dei rifiuti?

Protestare e testimoniare: la differenza è chiara, così come la loro complementarietà. Si protesta con le parole, si testimonia con il corpo. Si protesta con le argomentazioni, si testimonia con la presenza, che ripete ostinata la stessa frase: questa cosa è sbagliata, non si può fare! Invece di utilizzare le enormi risorse del Next generation Eu per cambiare paradigma culturale e politico, indirizzando il nostro paese verso una vera transizione ecologica che punti sull’unica energia totalmente rinnovabile ovvero il solare, ci si preoccupa di correre in soccorso di tutte le filiere imprenditoriali che hanno provocato il vicolo cieco di un’economia ambientatemene insostenibile. Invece di fare della Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.) la guida per ogni scelta, la si vuole far passare come un inutile intralcio burocratico da eliminare. I campioni della “politica del fare”, con la loro scarsa cultura, scambiano l’ignoranza per coraggio, l’incapacità di creare e produrre il nuovo per imprenditorialità.

Ricordo una famosa schermaglia tra due giornalisti, uno straniero ed un italiano, che porta lo straniero a criticare, come al solito il nostro paese, dicendo alla fine “sì, ma voi non siete una nazione”. Geniale la replica del giornalista italiano, “sì, hai ragione, non siamo una nazione, siamo una civiltà!”. Le fragilità e le storture sistemiche del nostro paese sono evidenti ma è vero che la nostra forza sono le mille città che lo costituiscono. Sì, comuni e città italiane sono spesso ripiegate nel loro “particulure”, ma esse rappresentano anche la grande bellezza fatta di varietà storica, culturale, gastronomica e così via. La infinita provincia italiana con il suo senso dell’assoluto, spesso fuori luogo, ha però ereditato dal passato una straordinaria ricchezza di civiltà. Ed è questa bellezza di sessanta giardini che i manifestanti che sono calati su Roma hanno voluto testimoniare.

Il mio è un piccolo comune, un piccolo giardino, ma l’Italia è la somma di questi giardini e tutti hanno delle ragioni per protestare ed unificare la loro protesta contro un falso Ministero della transizione ecologica e il suo Ministro. E questo è il prossimo passo, unificare le diverse proteste per le diverse ragioni legate alla minaccia ambientale, allo scopo di farne una forza capace di spostare la politica nazionale. Certo non è facile. Mentre la Germania si prepara probabilmente a vedere il partito dei verdi tedeschi diventare il primo partito, in Italia non esiste neanche un partito ecologista. Ma il vento della storia umana è cambiato e chi non l’ha capito lo capirà a suo e nostro danno.

Una nuova sensibilità è oramai diffusa e indietro non si torna. La pandemia ha acuito i nostri sensi facendo vedere le relazioni pericolose tra ambiente, economia e salute. Un lavoro contro l’ambiente e la salute è ormai inaccettabile.

C’è un detto cinese che recita: “quand’è il momento migliore per piantare un albero? Vent’anni fa”. Dovevamo aver iniziato questa difesa dei beni comuni, aria, acqua, suolo, salute, vent’anni fa. Ma, meglio tardi che mai. Perché poi il detto prosegue domandandosi: “quando è il prossimo momento migliore?” e la risposta è: “Adesso!”.

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