Css e Colacem. Il ricatto dell’occupazione

La Colacem della famiglia Colaicovo ha deciso (naturalmente ad agosto) di chiudere i forni fino a dicembre e spostare la produzione di cemento in un suo impianto in Toscana.

Se la prende con le procedure messe in atto dalla Regione dell’Umbria, dalle autorità sanitarie, dal Comune di Gubbio su spinta dei comitati No Css per valutare l’impatto che l’uso del Css ha sulla salute dei cittadini

articolo della redazione di Micropolis (mensile umbro di politica, economia e cultura)

20 Agosto 2021


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La Colacem della famiglia Colaicovo ha deciso (naturalmente ad agosto) di chiudere i forni fino a dicembre e spostare la produzione di cemento in un suo impianto in Toscana.

La motivazione non esplicitamente espressa ma lasciata liberamente circolare è che la chiusura è legata ai ritardi relativi all’autorizzazione a bruciare Css, ossia combustibile derivato da rifiuti, mentre in Toscana questo è possibile. È da sottolineare che qualche mese fa sempre Colacem ha dismesso l’impianto di Spoleto che aveva acquisito da Cementir. L’azienda inoltre sottolinea come il Css sia ecologicamente meno inquinante dei combustibili fossili attualmente usati.

Colacem, insomma, se la prende con le lentezze derivanti dalle procedure messe in atto dalla Regione dell’Umbria, dalle autorità sanitarie, dal Comune di Gubbio su spinta dei comitati No Css per valutare l’impatto che l’uso del Css ha sulla salute dei cittadini, che correlazione c’è tra produzione di cemento e l’aumento dei casi di cancro, sugli equilibri ambientali.

Detto per inciso gli assessori regionali all’ambiente e allo sviluppo economico hanno già espresso il loro appoggio a Colacem e a Barbetti, che anch’essa aveva chiesto di bruciare Css, i sindacati eugubini si sono anch’essi schierati a favore dell’uso di combustibili da rifiuti in nome della difesa dell’ambiente. La Colacem occupa 100 addetti più quelli dell’indotto (soprattutto le ditte di trasporto).

Si riproduce, così, la contraddizione tra occupazione e ambiente e, come al solito, la Colacem ripropone – per affermare la sua volontà e il suo potere sulla città – il ricatto “o mi fate fare quello che voglio, quando lo voglio oppure chiudo l’impianto”.

Il sindaco Stirati ha sostenuto – come fa da mesi – che il modello di sviluppo che la sua amministrazione propone non prevede che si brucino rifiuti e che occorre comunque individuare nuove filiere di sviluppo, rifiutando di sottostare al ricatto. È ragionevole: se cedesse sarebbe come ammettere che quanto finora detto erano parole scritte sull’acqua e che la sua attività amministrativa è stata inutile. 

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