La citta’ che si adatta al cambiamento climatico

Imparare dalle piante: la citta’ “vegetale” 

di Raniero Regni

 

Per la prima volta nella storia umana, più della metà della popolazione mondiale vive in un ambiente urbano. I nostri antenati, nati e cresciuti in un ambiente naturale, si sono co-evoluti con questo ambiente, interiorizzandone le caratteristiche. 20.000 generazioni hanno vissuto a contatto di piante ed animali, delle stagioni e del clima, in un ambiente naturale selvatico, in intima connessione con il mondo naturale. Le ultime 500 generazione, dal 10.000 a. C. ad oggi, dalla rivoluzione agricola ai nostri giorni, hanno addomesticato la natura e se stessi vivendo in ambienti sempre più antropizzati. A partire dall’età moderna, l’uomo si è sempre più pensato come misura di tutte le cose e si è sempre più comportato come signore della natura. Ha progressivamente cessato di vivere in ecosistemi naturali e ha dato vita ad un nuovo ambiente artificiale: la città. Città sempre grandi, gigantesche conurbazioni in cui una città tocca la periferia di un’altra città, senza soluzione di continuità. E questo ha fatto dimenticare che comunque noi dipendiamo dall’ambiente naturale, anche se viviamo in un ambiente artificiale e abbiamo oramai quasi perduto la capacità di vivere dappertutto, una caratteristica che aveva caratterizzato la nostra specie sin dall’inizio. E, come ci insegano i biologi, una specie specialistica vive bene nel suo ambiente finchè questo è stabile. Ma che cosa succede quando questo cambia rapidamente, come sta accadendo ora con il riscaldamento globale? Un orso polare è perfettamente adattato al suo habitat e lo domina. Ma se i ghiacci si sciolgono? Le possibilità di sopravvivenza sono superiori nelle specie generaliste, che riescono ad adattarsi meglio ad ambienti instabili.

Come osserva S. Mancuso nel suo ultimo lavoro, Fitopolis, la città vivente, “vivendo nelle città, l’umanità ha imboccato una strada nuova, quella tipica delle specie specialiste”. I limiti di queste specie è che se cambiano le condizioni dell’ambiente queste scompaiono. Essere diventati solo esseri urbani ci rende meno adattabili. Ma la città è un luogo di contagi, è un luogo di inquinamento, è un luogo di scarti e rifiuti, di scarsa efficienza energetica. Se, nella storia della città, la prima città è stata la necropoli, oggi le megalopoli rischiano di diventare dei luoghi mortiferi. La città si è separata dalla natura e lo sviluppo urbano è stato concepito come contrario alla natura.

È necessario ritrovare un equilibrio tra città e campagna, un nuovo principio territoriale come lo chiamava l’architetto e urbanista bio-territoriale, recentemente scomparso, A. Magnaghi. Reinserire la città nella natura e la natura dentro la città.

Ma un altro limite, sempre legato all’antropocentrismo, è che noi concepiamo anche le nostre organizzazioni come organismi viventi simili a noi. Per cui devono avere un centro che comanda, devo avere parti ed organi che eseguono le diverse funzioni, attraverso una gerarchia. Il modello dominante è costituito dal mondo animale. Mancuso sostiene che gli esseri più longevi sono in realtà le piante che hanno strutture diverse, strutture modulari e non organi specializzati, per cui anche senza muoversi riescono ad adattarsi ad un ambiente che cambia. Una grande città, che ha i suoi quartieri specializzati, sembra molto efficiente e molto razionale. In realtà, quando una certa attività cessa certi quartieri troppo specializzati perdono la loro vita. Una città generalista, dove tutto si mescola e convive sembra invece molto più resiliente ai cambiamenti. Se un certo settore produttivo cessa, viene compensato da altri. È la città dove si possono raggiungere tutti i servizi essenziali (negozi, uffici, farmacie, ospedali, ecc..) in 15 minuti. Questo è il modello di città che il mondo vegetale suggerisce e da cui dovremmo imparare. Quindi non solo più alberi e zone verdi nelle città, per compensare le bolle di calore che saranno sempre più numerose. Ma città non gerarchiche e specializzate come il modello animale, ma modulari e policentriche come il modello vegetale. Non città solo turistiche o solo industriali, in cui gli abitanti sono scacciati dal centro verso quartieri dormitorio, ma città multicentriche, luoghi di vita di una comunità. Per fare in modo che le nostre città possano affrontare la catastrofe climatica globale devono diventare più verdi, più permeabili e più diffuse possibili. Città piene di alberi e di vegetazione, capaci di raffreddare l’ambiente come nessun’altra tecnologia è capace di fare, in comunicazione diretta con la natura circostante. Imparare dalle piante quindi e operare una conversione vegetale.