scritto per Micropolis aprile 2024, con il titolo La Priorita’ Ambientale

In una intervista concessa al Financial Times a metà marzo, il capo del consiglio di vigilanza della Banca Centrale Europea ha dichiarato :

 E’ assai probabile che il periodo di cambiamenti strutturali di fronte a noi porterà un aumento delle bancarotteLe regioni industriali d’Europa appariranno sempre più diverse tra loro in futuro, e questa differenza dipenderà dall’ ammontare di energia rinnovabile disponibile nei diversi paesi. [1]

Traduzione: nei paesi che hanno investito sulle energie rinnovabili, le industrie innovative  e competitive avranno una funzione trainante sull’ economia. Al contrario, i paesi che dipendono ancora dai combustibili fossili vedranno una crisi della produzione industriale, che sarà sempre più limitata ai settori tradizionali, e dunque meno in grado di competere.

Danimarca, Svezia  e Germania sono esempi del primo caso. L’ Italia è un esempio del secondo.  A cosa è dovuto quel crescente divario ?

Ciò che avviene a monte e a valle dei processi di trasformazione (industriale o agricolo) è altrettanto importante di ciò che avviene nel processo stesso. A monte la disponibilità di materia prima,  di suolo fertile,  o di energia pulita che alimentano la produzione determinano il costo e la qualità del prodotto finito. A valle, il modo in cui quel prodotto finito viene  imballato, trasportato, consumato, buttato e il modo in cui saranno trattati  gli scarti, gli effluvi, le  ricadute ambientali … tutto ciò  ha per le condizioni del paese un impatto più macroscopico che non il prodotto stesso.

La Banca Centrale Europea ci sta dicendo che ogni singola azienda è immersa, a monte e a valle, in un “eco sistema” più grande e complesso. Se quel sistema non funziona, le aziende che lo popolano non saranno competitive. Ciò crea un effetto di selezione ed espulsione, per cui un ecosistema  arretrato allontana le aziende innovative; quelle che restano sono le industrie meno competitive e meno tecnologiche:  sono spesso anche quelle intrasportabili: turismo, miniere, agricoltura, grandi impianti siderurgici o cementifici.

Sul piano energetico, ambientale, delle infrastrutture logistiche e della jungla burocratica e normativa l’eco sistema Italia è sempre più in ritardo rispetto all’ Europa. Per questo m
motivo, dopo gli anni della globalizzazione, sono rimaste solo le industrie meno moderne e meno salubri. Con alcune eccezioni, come moda, agro-alimentare, o produzione militare.

 

COME CI SIAMO ARRIVATI ?

Nell’ Italia del dopoguerra c’erano le centrali del latte in ogni città, la nettezza urbana era affidata al comune, le autostrade appartenevano allo stato. Produzione e distribuzione di elettricità, luce e gas erano affidate a enti pubblici. L’ Alitalia era una azienda governativa. Persino la plastica era prodotta da un colosso pubblico-privato, la Montecatini-Edison.

Ma a partire dagli anni ‘80  è prevalsa la visione neo-liberista di una gestione dello stato inefficiente e  corrotta, e tutti quei beni comuni sono stati privatizzati o, per pudore, trasformati in aziende pubblico-private, gestite comunque con la logica del profitto.

Così al tradizionale peso politico dei “carrozzoni” del settore pubblico, si è sommato il peso azionario dei fondi di investimento e dei capitali privati, in settori come  le banche, i combustibili fossili (ENI, SNAM, EDISON) , la plastica (Montedison) le multi utiliities (ACEA, A2a, HERA, IREN, VEOLIA) i cui interessi spaziano dall’ acqua ai rifiuti, e i trasporti: autostrade, porti, aerei e ferrovie.

Oltre a espropriare il pubblico dei beni comuni, quella gigantesca svendita ha avuto anche l’ effetto di legare  le amministrazioni pubbliche alle grandi imprese private in un rapporto di crescente sudditanza.  E quell’ avvicinamento non ha risparmiato le amministrazioni e i partiti di sinistra. Anzi, più la globalizzazione contribuiva a de-industrializzare l’ Italia e a sostituire operai sindacalizzati con i precari della gig-economy e dell’ immigrazione clandestina, più i partiti di sinistra  perdevano la loro base elettorale storica per cascare, indeboliti, in  braccio al modello neoliberista,  celato sotto le spoglie della nuova economia postindustriale e della transizione digitale.

 

LA POLITICA E LE GRANDI AZIENDE

A Gubbio quella dipendenza è evidente. Quasi nessun movimento politico di sinistra osa più  esplicitamente opporsi alla spoliazione delle risorse del territorio o alla attività inquinante delle cementerie, trasformate in inceneritori. Le amministrazioni comunali hanno chinato il capo.  Qualcuno [2]  lo ha definito il tramonto del principio territoriale della giurisdizione.  

Inoltre, i beni comuni e i servizi ‘privatizzati’ o in via di espropriazione  sono soprattutto  le risorse del vasto e prezioso territorio eugubino. L’ impatto di quelle attività  sulle matrici ambientali  e quindi sulla salute degli eugubini è notevole.

All’ esproprio del territorio, il PNRR ha aggiunto l’ assalto agli appalti per opere pubbliche spesso inutili quando non dannose: uno svincolo qui, al costo di 108 milioni di euro, una mega stazione di benzina là, una piazza  -anzi due piazze- da ristrutturare con improvvisa urgenza pre-elettorale …    Così i cittadini hanno perso non solo il controllo sulle risorse del territorio e della loro città, ma anche la capacità di decidere della propria salute.

Nella logica privatistica, quelle risorse sono gestite assai peggio che se fossero ancora nel dominio pubblico. Qualche esempio:

  1. Le miniere di marna da cui i cementifici estraggono materia prima per milioni procurano un introito per la Regione Umbria (non il comune di Gubbio) di circa 50,000 euro l’ anno (ultimo dato disponibile del 2013) .
  2. L’ acqua  dell’ acquedotto di Scirca è gestita da Umbra Acque, una società di cui il comune di Gubbio detiene 1,6 % : quanto il gruppo Caltagirone e meno della francese Indosuez che controlla circa 8%
  3. Negli ultimi 10 anni la diga di Valfabbrica e’ costata al pubblico 50 milioni di euro. 35 per un inutile scavo che ha inaridito un campo fertilissimo e distrutto foreste e argini del fiume. E 15 milioni per costruire un acquedotto che porterà l’ acqua del Chiascio fuori dall’ Umbria. La capacità del lago, prevista a più di 200 milioni di metri cubi, è stata ridotta a 50 milioni perché’, non ostante i nuovi lavori,  la diga  non tiene.
  4. La gestione dei rifiuti è affidata a grandi aziende che guadagnano su quanti più rifiuti raccolgono, non -come sarebbe logico- su quanto meno rifiuti generano. A ciò si aggiunga che per smaltire quei rifiuti si impiegano le cementerie come inceneritori.

Ciascuno di quegli esempi  dimostra che la gestione privatistica dei beni comuni non è un buon affare per l’ ambiente, il territorio e la salute dei cittadini. E’ una pratica che va interrotta al più presto, perché’  il danno è quasi sempre irreversibile.

 

UN PROGRAMMA ELETTORALE IN CONTROTENDENZA

Il nostro tempo dovrà segnare il passaggio dall’era dominata dai beni privati, all’era dei beni comuni.  In controtendenza con la privatizzazione dei servizi pubblici, che ha prevalso negli ultimi decenni, il programma elettorale Per i Beni Comuni sostiene che non solo il territorio ma anche i principali servizi municipali devono essere gestiti secondo la logica del bene comune.

Ci riferiamo in particolare al monitoraggio delle matrici ambientali (qualità dell’aria, dell’acqua, del suolo), la fornitura di servizi collettivi (produzione di energia, gestione dei rifiuti urbani, distribuzione dell’acqua) e alla raccolta di informazioni statistiche sulla salute dei cittadini.

In merito alla gestione dei servizi pubblici locali a rilevanza economica (acqua, rifiuti) il Comune, riferendosi all’esito del referendum popolare del 2011, deve procedere verso la loro de-privatizzazione.

Il monitoraggio della qualità dell’aria deve essere svolto tenendo conto delle soglie stabilite dalla Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Unione Europea. L’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (ARPA) deve operare sotto il controllo del Comune e dimostrare un’assoluta indipendenza dalle aziende controllate. Le specifiche di contratto stipulate tra ARPA e industrie dovrebbero essere pubbliche, e i dati pubblicati in tempo reale e facilmente interpretabili da ogni cittadino. Il Comune, da subito, deve ottenere la VIA (Valutazione di Impatto Ambientale e richiedere la VIS (Valutazione di Impatto Sanitario) per tutte le industrie insalubri di prima classe presenti nel nostro territorio, e chiedere la revisione delle AIA delle Cementerie, alla luce dell’effetto cumulativo delle emissioni prodotte dalle stesse.

Data la presenza di due aziende inquinanti di prima classe, il Comune dovrebbe mettere in atto tutte le pratiche amministrative per attuare l’indagine epidemiologica denominata “Epidemiologia dei cittadini”, ovvero la raccolta di statistiche epidemiologiche geo-referenziate. Deve inoltre impegnarsi per ottenere l’immediato ripristino del Registro tumori che, se pur riattivato, risulta di fatto bloccato dal 2018 perché privo di risorse utili a renderlo operativo.

 

I BENI COMUNI ESPROPRIATI SONO L’ AMBIENTE IL TERRITORIO E LA SALUTE

 

I beni comuni che sono stati rapidamente fagocitati dal capitale negli anni Novanta sono in gran parte risorse naturali o beni che comunque condizionano le matrici ambientali:  in ambedue i casi, comunque,   la loro gestione ha effetti immediati sull’ ambiente.  La distribuzione delle spoglie dell’ ambiente a favore del settore privato è avvenuta fin dall’ inizio con la complicità delle pubbliche amministrazioni. Una copertura eccellente a questo esproprio l’ ha fornita fin dall’ inizio il Ministero dell’ Ambiente, istituito nel 1983. Da allora i successivi responsabili del dicastero ambientale hanno continuato ad aumentare la distanza tra norme, specifiche e raccomandazioni internazionali (EU e OMS) e la giungla normativa italiana.  Ciò ha consentito alle aziende insalubri di rinviare valutazioni di legge, e appellarsi a standard quantitativi superati. Al contrario, crediamo che occorra misurare gli effetti certi sulla salute degli esposti involontari, non le possibili cause calcolate su norme ambientali  e specifiche obsolete e volutamente confuse. La progressiva inefficienza delle strutture di controllo ambientale non è dovuta alla scarsa informazione dei politici o alla scarsa efficienza delle istituzioni. La giungla amministrativa burocratica e giuridica è una costruzione deliberata, un labirinto di specchi che ha consentito alle grandi aziende di continuare a inquinare e a espropriare beni comuni, e alle pubbliche amministrazioni di nascondersi dietro l’ambiguità normativa.

 

NOTE:

[1] Claudia Buch, capo del consiglio di vigilanza della European  Central  Bank,18  marzo 2024,  Financial Times.

[2]  L. Pasquet, Jurisdicion ed elemento territoriale :  riflessioni su un mondo multilivello, interconnesso e specializzato  , in FUNZIONI E LIMITI DEL PRINCIPIO DI TERRITORIALITÀ NEL DIRITTO INTERNAZIONALE E DELL’UNIONE EUROPEA, Atti e contributi del X Incontro di Studio fra i giovani cultori delle materie internazionali, a cura di Adriana Di Stefano, Catania, 2013, pp.143-164