di Raniero Regni
Sullo sfondo delle drammatiche vicende geopolitiche che preoccupano quotidianamente i cittadini, c’è il rischio di dimenticare le questioni strutturali che permangono sempre. Il riscaldamento globale dovuto alla combustione dei combustibili fossili, prodotto dall’azione degli esseri umani, i quali sono diventati una forza geologica capace di modificare il clima. Le azioni necessarie, non solo per proteggere l’ambiente naturale, ma la salute umana, quelle azioni di prevenzione primaria sono al centro, o dovrebbero essere al centro, delle politiche comunitarie, anche in tempi di crisi come la presente.
Di economia circolare, di decarbonizzazione dell’economia, di salute e ambiente, si è parlato nel convegno che si è tenuto ieri a Gubbio. Gli interventi centrali sono stati quelli di Enzo Favoino (Coordinatore Scientifico di Zero Waste Europe), Rossano Ercolini (Presidente Zero Waste Italy e Direttore Centro Ricerche Rifiuti Zero) e Agostino Di Ciaula (Segretario Scientifico e Presidente Comitato Scientifico International Society of Doctors Environment – ISDE Italia).
Per Favoino, l’Unione Europea ha le idee chiare sulla transizione da un’economia lineare, ovvero prelevare risorse, usarle e poi scartarle, producendo rifiuti, ad un’economia circolare che cerca, attraverso il riciclo e il riuso, di preservare le risorse, mammandole nel sistema più a lungo possibile. Questa strategia, economica prima che ecologica, è vitale per una realtà come l’Unione Europea che importa il 60% le risorse dall’estero. Vediamo in questi giorni infatti quanto sia vulnerabile il nostro sistema quando si interrompono le catene di approvvigionamento energetico. Poi ci sono materiali critici, le famose “terre rare” che sono al centro oggi della tecnologia informatica, che possiamo trovare nel recupero degli scarti che queste stesse tecnologie producono in grandi quantità. Poi c’è il fosforo, un minerale fondamentale per l’agricoltura, che possiamo ricavare dagli scarti organici. Il recupero di materie prime seconde, ovvero il recupero dal riciclo dei rifiuti di ogni genere, porterebbe un vantaggio complessivo per UE di 1800 miliardi all’anno. Ecco perché l’UE ha fissato, come obiettivo minimo per il 2035, che almeno il 65 % dei rifiuti devono essere recuperati. Questo è il minimo e in Italia possiamo andare ben oltre.
Questa è l’urgenza dell’economia circolare che recupera i rifiuti. La discarica e l’incenerimento sono invece opzioni lineari, che distruggono gli elementi, sono perdite nette che vanno minimizzate. Oggi esistono tutti gli strumenti, compresa l’Intelligenza Artificiale, per ridurre al minimo ogni rifiuto residuo. Esistono cioè tutte le risorse tecniche e tutte le azioni per realizzare l’economia circolare in maniera completa, come dimostrano paesi come la Slovenia e la Spagna, che sono diventati leader mondiali dell’economia circolare. Dai negozi a “packaging free”, senza quegli imballaggi di plastica che non possono essere riciclati, ai “repair caffè”.
Favoino è stato molto chiaro, il recupero energetico, ovvero usare i rifiuti trattati come combustibile (leggi CSS), non è economia circolare, come non lo è il conferimento in discarica. L’UE specifica infatti che le azioni residue, come l’incenerimento negli inceneritori o coincenerimento nei cementifici, non sottostanno all’imperativo del DNSH, di non causare cioè un danno significativo. Il racconto poi che l’incenerimento contribuisce al risparmio energetico, è un altro falso mito. Infatti l’impronta climatica prodotta dal recupero energetico è uguale a quella prodotta dalle centrali a carbone.
Nel panorama europeo, di cui Favoino è uno dei massimi esperti, è emblematico il caso della Danimarca. Un paese, per molti versi esemplare nel Welfare e nella mobilità sostenibile, ma non nel recupero dei rifiuti, perché ha puntato da molto tempo sugli inceneritori che bruciano mondezza per produrre energia. Oggi, quel paese si scontra con l’evidenza che, se ci sono gli inceneritori, non c’è il recupero differenziato dei rifiuti, per cui l’incenerimento confligge con l’economia circolare. Si tratta di uno degli esempi di effetto “lock in”, ovvero effetto immobilizzante, molto negativo. Se i rifiuti servono ad alimentare la produzione di energia allora non bisogna differenziare e ridurli. Per questo la Danimarca è il paese europeo che produce più rifiuti pro-capite d’Europa: 844 Kg per abitante contro una media europea di 502 kg e una media italiana di 499 kg o rumena di 280 kg. Ecco perché oggi la Danimarca e gli altri paesi scandinavi stanno tornando indietro nelle strategie e puntano anch’essi sull’economia circolare con recupero di materia ma senza recupero energetico.
L’ultimo mito smontato dall’intervento di Favoino è che con l’incenerimento evitiamo le discariche. Ciò non è vero, perché rimangono comunque le ceneri che rappresentano il 25% di residui. La Regione Umbria, se vuole davvero avviarsi verso un modello molto virtuoso di raccolta differenziata, sempre più puntuale e spinta, non produrrà alla fine che pochissimi rifiuti non riciclabili i quali non potranno e non dovranno neanche essere trasformati in CSS.
Nel suo geniale e appassionato intervento, Rossano Ercolini, che ha ricevuto tra l’altro nel 2013 il Goldman Enviromental Prize, una specie di Nobel, ovvero il maggiore riconoscimento mondiale che viene assegnato alle persone che si sono distinte nell’affrontare i temi della sostenibilità e dell’ambientalismo e nel 2015 il Premio Paolo Borsellino, ha parlato dell’uscita dalle combustioni anche a partire dalla sua esemplare esperienza nel paese toscano di Capannori e da altre esperienze locali molto concrete presenti in Italia. Le idee sono volani indispensabili di cambiamento della realtà. Bisogna mettersi in movimento e questo atteggiamento è tutto il contrario di un atteggiamento ideologico, accusa con cui vengono spesso attaccati gli ambientalisti. È necessario spostarsi dal modello lineare perché stiamo passando dall’economia dei fossili ad un‘economia basata sulle materie critiche e sulle terre rare. La scarsità delle materie prime impone l’economia circolare che non è affatto questione per le sole anime belle ecologiste, ma è una necessità economica. Tutti i cittadini che si impegnano nelle cause ambientali hanno il vantaggio di non avere interessi da difendere. Di contro, è invece ideologica, perché molto interessata, la posizione di chi li attacca per difendere interessi economico particolari.
Ma con il suo intervento, Ercolini ha cercato di sottrarsi alla posizione conflittuale e polemica, puntando invece sul tema della governance del processo di transizione, cercando quindi un atteggiamento non unilaterale e il più possibile empatico. In questa partita dovremmo cercare una posizione in cui ci siano solo vincitori (il modello WIN-WIN), perché altrimenti saremo tutti perdenti. Per cui è necessario creare tavoli aperti per trovare una soluzione comune e qui si rivolgeva agli amministratori regionali e comunali, ai funzionari degli organi di controllo come Arpa e Usl, presenti.
Ma poi ha ribadito molto chiaramente che i cementifici non possono essere un‘alternativa all’incenerimento. Nelle camere di combustione, alla periferia del getto centrale del bruciatore, la temperatura si abbassa. Sotto i 600 gradi si producono POPS (sostanze chimiche sintetiche tossiche che resistono alla degradazione ambientale) che entrano nella catena alimentare, i PFAS inquinanti eterni, si produce la diossina. Ed è un crimine immettere nell’ambiente anche piccolissime quote di diossina. Ecco perché è necessario fare screening sanitari seri in presenza di queste industrie.
Poi ha concluso, ed è questa stata la parte più bella del suo discorso, forse anche sotto l’effetto della visione della città medievale che si mostrava in tutto il suo splendore, sotto un cielo azzurro e in una giornata di pieno sole: “bisogna voler bene a luoghi come Gubbio, luoghi di spiritualità e bellezza”. I cementifici sono impianti anacronistici, intrusi del paesaggio, ed è necessario riconvertirli. Sulla salute non si può scherzare, così come non si può scherzare sul lungo termine. Ercolini ha parlato non solo della sacralità di luoghi unici come Gubbio, ma anche della sacralità della difesa del futuro delle giovani generazioni: “recuperare sacralità su questo tema, perché è sacro difendere il futuro di bambini e ragazzi”.
Il terzo intervento, quello del ricercatore e medico per l’ambiente Agostino Di Ciaula, si è concentrato sugli effetti sanitari della produzione di cemento. I cementifici sono impianti altamente inquinanti. Collocati in piena area urbana sono molti pericolosi perché emettono inquinanti che si sedimentano nel suolo, come accade a Gubbio da più di 60 anni. E questo provoca un accumulo nei tessuti organici di metalli pesanti, come ad esempio mercurio e arsenico. Poi ha snocciolato tutta una letteratura di studi a livello mondiale sulla pericolosità di queste industrie e di come, ad esempio, il cancro del colon, il cancro dei polmoni o delle ossa siano spesso correlabili alla distanza da un impianto inquinante.
E poi si è posto la domanda fondamentale: che cosa cambia quando i cementifici sono alimentati con i rifiuti piuttosto che con i combustibili fossili? Il rischio aumenta, proprio a causa del tipo di co-combustione. Per cui la favola che l’uso del CSS sia meno inquinante e che poi le ceneri vengono recuperate come materia da inserire nel cemento stesso, e che quindi siano un contributo all’economia circolare, “… è green washing allo stato puro”. Anche le emissioni di ossido di azoto aumentano e, per giunta, i valori limite delle emissioni dei cementifici non sono gli stessi di quelli degli inceneritori. Per cui i metalli pesanti aumentano, e cambia la quantità e la qualità delle sostanze che passa per le emissioni bruciando rifiuti. I cementifici emettono diossina e fino a 15 kg di mercurio all’anno. Tutti i metalli tossici che non vanno nell’aria finiscono nel cemento. Ecco perché sarebbe necessario che i sacchetti di cemento specifichino quali e quante altre sostanze contengono. La loro assenza è una violazione della trasparenza delle etichette che possono orientare i consumatori. E qual è allora la conclusione? Che bisogna allontanare i cementifici dai centri urbani.
Questa è solo una breve sintesi di un’intera giornata di lavori, che poi sono continuati anche nel pomeriggio con gli interventi di rappresentanti dei comitati provenienti di altre città “gemellate” con Gubbio, come Monselice, Venafro, Galatina, perché condividono questa triste condizione di pericolo ambientale e sono alle prese con gli stessi problemi, con le stesse vertenze giudiziarie, con le stesse questioni con le amministrazioni locali. Testimonianze toccanti anche da chi è stato colpito negli affetti più cari da veri e propri crimini ambientali (ma tutto il convegno sarà presto disponibile su YouTube).
E i rappresentanti delle istituzioni locali e regionali presenti? Dopo i loro interventi nella tavola rotonda, a loro sono state fatte richieste precise: ottenere un’indagine epidemiologica affidabile e georeferenziata, ricorrendo alle tecniche dell’Epidemiologia dei cittadini e del Referto epidemiologico. Rivedere le Autorizzazioni Integrate Ambientali (AIA) che regolano la produzione di cemento. Allineare le emissioni a quelle degli inceneritori, che sono molto più stringenti sulle quantità di inquinanti emesse di quelle che regolano i cementifici, calcolando anche il fattore di cumulo, visto che a Gubbio, unico caso in Italia, ne esistono due. Essere trasparenti e costruire strutture di partecipazione, coinvolgendo i cittadini nei processi decisionali e nelle procedure di controllo, come ad esempio, quelle del controllo sul reale contenuto del CSS.
Questo primo incontro sul “caso Gubbio” dovrà essere il primo di una serie di incontri che studino realmente delle soluzioni condivise e davvero sostenibili, sia sul piano ambientale che sul piano della sicurezza dei cittadini.
